Quaderno 25

SOFIA ZANCHI

La televisione a Città di Castello. Storia e testimonianze dei primi dieci anni della Rai nel territorio tifernate

 

Siamo alla fine degli anni ’20 del Novecento, quando in America viene progettato il primo strumento di teletrasmissione. Ancora, in Italia se ne sente solo parlare: ma di quella “radio che si può vedere” vorrebbe appropriarsi il regime fascista che, allo scopo di rafforzare il proprio consenso popolare, la pensa già ottima alleata della radio. L’ambizione di dar vita ad una emittente televisiva nazionale viene, però, bruscamente interrotta dall’arrivo della guerra. Intanto, il 26 ottobre del 1944, a pochi mesi dalla fine del conflitto, l’ente radiofonico assume una nuova denominazione: diventa la Radio Audizioni Italia.
Nasce la Rai. Con lei, l’Italia recupera il sogno di costruire una televisione nazionale. Le serviranno dieci anni, in cui, a causa delle distruzioni seguite alla guerra, sarà necessario uno sforzo economico, tecnologico e produttivo senza eguali. Le trasmissioni sperimentali iniziano nel 1952 e si completano nel 1954: l’obbiettivo, prefissato in due anni, è quello di portare il segnale televisivo almeno da Milano a Roma, e si traduce nell’installazione di sette trasmettitori piazzati in sette strategiche montagne italiane; uno di questi, la Rai lo costruisce in Umbria, sulla cima di Monte Peglia.
L’impianto, collocato a sud della regione, trasmette in modo ottimale in buona parte dell’Umbria, del Lazio e della Toscana. Il segnale, però, arriva debole a nord della regione. A Città di Castello, estremo comune settentrionale umbro, elettrotecnici e radioamatori provano, senza successo, a ricevere. Ma nel dicembre del 1953 anche qui si conquista la ricezione. Dunque, poche settimane prima dell’inizio delle trasmissioni regolari, a Città di Castello si guarda già la televisione: i tifernati rientrano tra i quei primi telespettatori italiani che iniziano ad affollarsi incuriositi davanti alle vetrine dei rivenditori.
Da quel 3 gennaio del 1954, bisognerà aspettare altri tre anni perché il servizio arrivi in tutto il paese: la copertura integrale si avrà solo all’inizio del 1957. La televisione inizia a tessere una rete di condivisione e aggiornamento che tenta di uniformare culturalmente la penisola. Gli stessi programmi di informazione e intrattenimento, trasmessi ora da nord a sud, contribuiscono a rafforzare la coscienza di una identità nazionale. Una necessità particolarmente avvertita dalla periferia italiana; come tale, anche Città di Castello comprende le attenzioni di una nazione che incentiva l’emancipazione culturale dei territori isolati proprio tramite il mezzo televisivo. La reazione del pubblico locale è entusiasta: infatti, nei primi dieci anni di televisione, è rilevante la diffusione degli apparecchi sia in città che in campagna, sia pubblici che privati.
La ricostruzione storica si struttura sull’intreccio di documentazione d’archivio, nazionale e locale, e di testimonianze orali. Queste ultime, in particolare, offrono un affresco eterogeneo e una prospettiva sfaccettata sul complesso fenomeno sociale e culturale che, a partire dalla metà degli anni Cinquanta, la televisione introduce anche nell’ambiente tifernate.

 

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