Quaderno n.° 14 – Anno 2018

Alvaro Tacchini

Gli ultimi giorni di Venanzio Gabriotti

Nel Quaderno n.° 14 Alvaro Tacchini ricostruisce con estrema meticolosità precisione gli ultimi giorni di Venanzio Gabriotti a partire dal 1 maggio 1944, quando egli si reca a Pietralunga per contattare la Brigata Proletaria d’Urto “San Faustino”, al 9 maggio 1944, giorno della sua fucilazione. L’indagine storica si avvale estende al per la prima volta dei documenti del processo (a carico di coloro che avevano partecipato alla condanna e all’esecuzione del nostro concittadino) che viene istruito a partire dal marzo 1945, quando la guerra è ormai ai suoi ultimi atti. Dai documenti di questo processo, consultabili solo ora, a settant’anni dai fatti, presso l’Archivio della Prefettura di Perugia, emergono gli argomenti portati a proprio difesa sia da Pietro Brighigna, sia da molti militi che avevano assistito all’esecuzione. Essi giustificano l’arresto del Gabriotti con la sua ben nota temerarietà e il suo sprezzo del pericolo, atteggiamento ben noto fino dai tempi della Grande Guerra. Non vi sono invece allusioni di nessun genere alla sua vita privata.

Avvalendosi anche di questi documenti inediti, il Quaderno è quindi il frutto di una approfondita riflessione sui convulsi avvenimenti di inizio maggio 1944:  che, a distanza di oltre settanta anni, vengono rivisti alla luce della documentazione raccolta per il processo, documentazione che contiene importanti testimonianze dei protagonisti di quegli eventi. Nel lavoro prodotto da Tacchini si susseguono, momento per momento, varie sequenze: il 1 maggio a Pietralunga, l’arresto, la detenzione, il primo interrogatorio, il rastrellamento nazi-fascista, il secondo interrogatorio, la condanna, l’estremo tentativo di evitare l’esecuzione la fucilazione, la fucilazione , la composizione del plotone di esecuzione; le ripercussioni della morte di Gabriotti sulla vita della città, le prime onoranze, il processo.

Il 18 aprile 1944 viene emanato il Decreto del duce che offre la possibilità di un’amnistia per gli sbandati disposti a presentarsi all’arruolamento entro il 25 maggio successivo; Venanzio Gabriotti, fin dal 26 luglio 1943, è nel mirino della polizia per la sua attività clandestina, svolta al fine di raccordare nell’Alta Valle del Tevere la Resistenza attiva fra l’Appennino umbro-toscano e quello umbro-marchigiano. Egli sa di essere in pericolo, tuttavia non ha la percezione di correre gravi rischi anzi li sottovaluta; probabilmente alla base di questo comportamento c’è una forte fede nella Provvidenza che lo ha sempre salvato. Nel primo interrogatorio del 7 maggio ’44, il nostro eroe ammette di aver contattato, nella zona di Pietralunga, il comandante partigiano Stelio Pierangeli, per consegnargli una lettera del padre che lo invitava a prendere in considerazione l’opportunità offerta del decreto. L’ammissione di aver visto il capo partigiano è fatale a Gabriotti; nel secondo interrogatorio infatti, condotto da due ufficiali tedeschi, l’8 maggio ‘44, la condanna arriva ineluttabile. Al rientro di Gabriotti in cella, informato della condanna, il cap. Nardi, suo compagno di cella, si lascia andare a parole di vendetta contro i fascisti; a questo sfogo egli replica con parole di alto valore morale: “… Tutti i miei concittadini sanno che la mia azione politica ha avuto sempre un carattere spiccatamente moderatore … Nel mondo di domani dovrà regnare la giustizia e la fraternità, non lo spirito di rappresaglia e di vendetta”. A quel punto il compagno di cella lo convince a scrivere una lettera al vescovo Mons. Filippo Maria Cipriani, affinché intervenga per impedire la condanna oppure per commutarla con la deportazione in Germania. In questo scenario l’ultimo tentativo è, per gli amici di Gabriotti, anche fascisti, quello di chiedere l’intervento del più alto gerarca dell’Umbria, Armando Rocchi, che ha stima di lui per il suo passato di valoroso militare della Grande Guerra; il gerarca Rocchi viene contattato a Perugia nella notte tra l’8 e il 9 maggio ’44, ma i suoi poteri limitati non gli consentono di dare nessun aiuto. Troppo tardi: il nostro eroe il condannato è già in mano ai tedeschi e quando la delegazione, alle luci dell’alba, torna a Città di Castello, Gabriotti sta per essere condotto alla fucilazione. Alvaro Tacchini asserisce che, in base ai documenti trovati, si deve tenere conto del fatto che, oltre al piccolo gruppo di armati che lo accompagnavano, altri 250 uomini in armi, in parte tedeschi, in parte fascisti, si diressero quella mattina per la stessa strada per effettuare un rastrellamento.

Nei mesi immediatamente successivi al 9 maggio ’44 non si hanno dubbi sulla composizione plotone di esecuzione, composto da fascisti: essi sono un siciliano, un sardo e alcuni umbri mandati poi a processo per la fucilazione del nostro illustre concittadino. Il principale imputato, l’ufficiale alto-atesino Hans Tatoni, non viene mai rintracciato. Il procedimento penale affianca alle vicende di Gabriotti altri fatti di sangue, avvenuti nel territorio compreso fra Città di Castello e Pietralunga dal marzo al maggio 1944. Gli Atti vengono trasmessi per competenza al Tribunale Militare Territoriale di Firenze (marzo-ottobre 1945), poi rimessi alla Corte di Assise di Perugia, infine (marzo-maggio 1946) ritrasmessi al Tribunale Militare fiorentino. Nel processo tutti gli imputati concordano una linea difensiva che scarica le responsabilità sui tedeschi, e beneficiano dell’amnistia decretata il 22 giugno 1946. Il processo dunque non riesce a chiarire alcuni snodi rilevanti degli ultimi giorni dell’eroe tifernate; le ritrattazioni di alcuni fascisti non convincono affatto ai fini della ricostruzione storica. Alvaro Tacchini conclude la sua appassionata ricerca, manifestando motivati dubbi che avvolgono ancora la vicenda per la reticenza o l’occultamento della verità da parte di alcuni protagonisti. Possiamo affermare infine che il criterio storiografico, adottato nel presente lavoro, consiste nell’aver confrontato l’ampia “letteratura” su Gabriotti con una grande quantità di documenti d’archivio; la comparazione tra i vari elementi ha dato origine ad una trama straordinaria e funzionale all’importante scopo di coltivare la memoria, avendo come ulteriore obiettivo la formazione delle nuove generazioni.

A questo scopo sono molto importanti sia le frasi allora scritte da Giulio Pierangeli, sia un sonetto in vernacolo locale scritto da un autore sconosciuto che si firma Nigro.

Autore: Alvaro Tacchini
Note editoriali: Quaderno n. 14 - 2018
Città: Cittò di Castello